I PFAS (sostanze per- e polifluoroalchiliche) rappresentano oggi una delle principali sfide per il settore del trattamento delle acque. L’elevata persistenza ambientale, la diffusione nelle matrici idriche e le crescenti evidenze sui possibili effetti per la salute hanno portato a un progressivo irrigidimento della normativa, imponendo limiti sempre più restrittivi e metodiche analitiche capaci di rilevare concentrazioni dell’ordine dei nanogrammi per litro.

Per gestori del servizio idrico, laboratori e progettisti, la questione non riguarda più soltanto il monitoraggio della contaminazione, ma anche la scelta delle tecnologie più efficaci per la rimozione e, in prospettiva, per la distruzione di questi contaminanti.

UNA CONTAMINAZIONE DIFFUSA

I PFAS costituiscono una vasta famiglia di composti organofluorurati sintetici, caratterizzati dall’elevata stabilità del legame carbonio-fluoro. Secondo la definizione dell’OCSE, comprendono quasi 5.000 sostanze, tra cui PFOA, PFOS, PFNA e PFHxS, impiegate in numerosi processi industriali e prodotti di largo consumo grazie alle loro proprietà di idro- e oleorepellenza, resistenza chimica e stabilità termica.

Proprio queste caratteristiche rendono i PFAS estremamente persistenti nell’ambiente. La contaminazione interessa oggi acque superficiali e sotterranee, reflui industriali, percolati di discarica e, in molti casi, anche le acque destinate al consumo umano. Le principali fonti di rilascio comprendono gli scarichi industriali, l’impiego delle schiume antincendio AFFF e la degradazione di prodotti contenenti PFAS.

UN QUADRO NORMATIVO IN EVOLUZIONE

Negli ultimi anni il quadro regolatorio ha subito una significativa accelerazione.

Negli Stati Uniti, l’EPA ha introdotto nel 2024 alcuni dei limiti più restrittivi al mondo, fissando valori di 4 ppt per PFOA e PFOS e di 10 ppt per PFHxS, PFNA e GenX.

In Europa, la Direttiva (UE) 2020/2184, recepita in Italia con il D.Lgs. 18/2023 e successivamente integrata dal D.Lgs. 260/2025, ha introdotto nuovi parametri per il controllo dei PFAS nelle acque destinate al consumo umano. Oltre ai limiti di 0,50 µg/L per i PFAS totali e di 0,10 µg/L per la somma dei PFAS, il legislatore italiano ha fissato un valore di 20 ng/L per la somma di quattro sostanze prioritarie (PFOA, PFOS, PFNA e PFHxS), estendendo inoltre il monitoraggio alle molecole ADV e introducendo un limite di 10 µg/L per il TFA.

Parallelamente, la pubblicazione della norma EN 17892:2024 ha fornito un riferimento armonizzato per la determinazione della “Somma di PFAS”, consentendo di soddisfare i requisiti richiesti dai nuovi limiti normativi.

IL RUOLO DEL MONITORAGGIO

La disponibilità di metodiche analitiche validate rappresenta oggi un elemento essenziale per la gestione del rischio.

Il monitoraggio consente infatti di individuare le sorgenti di contaminazione, verificare la qualità delle acque e valutare l’efficacia dei trattamenti adottati. Per i gestori del servizio idrico non si tratta più soltanto di un adempimento normativo, ma di uno strumento operativo indispensabile per pianificare gli interventi e ottimizzare la gestione degli impianti.

TECNOLOGIE DI RIMOZIONE

La particolare stabilità dei PFAS rende complessa la loro eliminazione. Le tecnologie oggi maggiormente consolidate operano prevalentemente attraverso processi di separazione.

Tra queste, il carbone attivo granulare (GAC) rappresenta una delle soluzioni più diffuse nel trattamento delle acque potabili, mentre le resine a scambio ionico offrono elevate capacità di adsorbimento, risultando efficaci anche nei confronti di alcune molecole a catena corta.

Un ruolo importante è svolto anche dai processi a membrana, in particolare osmosi inversa e nanofiltrazione, che consentono elevati livelli di abbattimento ma producono un concentrato contenente PFAS che richiede un successivo trattamento.

Accanto alle tecnologie consolidate si stanno sviluppando nuove soluzioni, tra cui foam fractionation, nuovi materiali adsorbenti, trattamenti in situ ed elettrocoagulazione, con l’obiettivo di migliorare le prestazioni e ridurre i costi di esercizio.

LA SFIDA DELLA DISTRUZIONE

Se le tecnologie di separazione consentono di concentrare i PFAS, resta aperto il problema della loro eliminazione definitiva.

Per questo motivo la ricerca si sta orientando verso processi in grado di rompere il legame carbonio-fluoro, tra cui l’ossidazione in acqua supercritica (SCWO), il trattamento idrotermale alcalino (HALT), l’ossidazione elettrochimica, la fotocatalisi, la sonolisi e le tecnologie al plasma. Sebbene molte di queste soluzioni siano ancora in fase di sviluppo, rappresentano una delle principali direttrici di innovazione del settore.

VERSO UN APPROCCIO INTEGRATO

La gestione dei PFAS richiede un approccio integrato che combini monitoraggio, trattamento e gestione dei residui.

Non esiste infatti una tecnologia valida per tutte le situazioni: la scelta dipende dalla concentrazione degli inquinanti, dalla matrice da trattare, dalla presenza di altri contaminanti e dagli obiettivi di qualità richiesti. In molti casi, la soluzione più efficace consiste nell’integrazione di processi di separazione con tecnologie di distruzione dei concentrati.

L’evoluzione normativa e il continuo sviluppo tecnologico stanno ridefinendo il settore del trattamento delle acque. Per gestori, progettisti e costruttori di impianti, la sfida non sarà soltanto rispettare limiti sempre più severi, ma adottare soluzioni sostenibili, efficienti e capaci di garantire la tutela della risorsa idrica nel lungo periodo.

Aiutiamo le imprese a migliorare la gestione delle acque

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